CROCEVIA ALTINO

- La storia di Altino
- Archeologia e il museo
- Prodotti e cultura


LA STORIA DI ALTINO

Sporadiche testimonianze relative alla frequentazione più antica del territorio altinate risalgono al periodo compreso tra XV e XIII secolo a.C., mentre dalla fine del VII secolo a.C. si costituisce l'abitato di Altino, che fu un fiorente centro veneto.

Il processo di romanizzazione della città ebbe inizio alla metà del II secolo a.C., con la costruzione della via Annia; risale probabilmente allo stesso periodo la realizzazione della strada che collegava Altino a Oderzo, mentre si data all'età giulio-claudia la stesura della via Claudia Augusta, che metteva in comunicazione la città con il Norico.

Nell'89 a.C. Altino, come le altre città della Venetia, acquisì il diritto latino e tra 49 e 42 a.C. divenne a tutti gli effetti municipio romano, iscritto alla tribù Scaptia. Già in età tardorepubblicana la città venne dotata di edifici pubblici, come l'imponente porta settentrionale, ma il periodo di massimo splendore di Altino romana si colloca tra la fine del I secolo a.C. ed il II secolo d.C.
Altino è ricordata da alcune fonti antiche per i suoi prodotti, il più importante dei quali sembra essere stato la lana, nominata nel I secolo d.C. dallo scrittore di agricoltura Columella,dallo scrittore e oratore Plinio il Giovane e dal poeta Marziale, decantata nel III secolo d.C. dall'apologista Tertulliano e che compare nel 301 d.C. nell'Editto dei Prezzi di Diocleziano.

Tra i prodotti per cui Altino era rinomata vi sono anche le vacche di piccola taglia, dette cevae, le ginestre, con le quali venivano confezionate le frecce da caccia e i pectines, i canestrelli.

A partire dal II secolo d.C. si registra l'inizio della decadenza della città, cui corrisponde una contrazione dell'abitato.

Nel 381 d.C. divenne sede vescovile, ma pochi anni più tardi, nel 452 d.C., Attila rase al suolo la città: gli abitanti si rifugiarono nelle isole della laguna antistante, ma presto tornarono.

Nel 579 il Sinodo di Grado, sotto la pressione delle invasioni longobarde, stabilì che il vescovo di Altino potesse trasferirsi a Torcello; nel 638 la città fu abbandonata definitivamente, quando il vescovo Paolo fuggì con la maggior parte degli altinati a Torcello, dando vita ai presupposti per la nascita di Venezia.

Altino, ormai invasa dalle paludi bonificate solo alla fine dell'800, divenne cava di materiale da costruzione per i nuovi edifici di Venezia, Torcello, Murano, Burano e delle altre isole della laguna, fino a Grado.

(torna al menu)


ARCHEOLOGIA E IL MUSEO

A qualche chilometro dall'odierno centro abitato di Quarto d'Altino, sorgeva Altino antica, oggi corrispondente ad un'ampia area agricola. Qui si trova il Museo Archeologico Nazionale, inaugurato nel 1960 su cui gravita da qualche anno un'area archeologica visitabile.

Il Museo, che presto verrà trasferito in una più ampia ed adeguata sede poco lontana, è costituito da due sale in cui è esposta una scelta dei materiali dell'antica Altino. In entrambe le sale sono inseriti a pavimento alcuni mosaici rinvenuti nell'abitato romano, mentre la maggior parte degli altri oggetti esposti proviene dalle necropoli, come alcuni corredi funerari di età romana, tra i quali spicca la ricchezza di oggetti in vetro, e come i monumenti funerari disposti lungo le pareti e al centro della I Sala.

Sono poi esposte numerose anfore romane, a testimoniare la vivacità commerciale della città romana. Le vetrine della II Sala accolgono alcuni dei corredi funerari relativi ad Altino preromana, mentre lungo le pareti trovano posto ancora prevalentemente reperti provenienti dalle necropoli romane, come i due giganti anguipedi, le sirene, alcune teste ritratto e alcune stele funerarie iscritte.

Nell'ambito della visita al Museo è possibile accedere alle due aree archeologiche musealizzate: si tratta di alcune strutture afferenti al quartiere residenziale orientale di Altino romana, tra le quali sono visibili la banchina in blocchi di arenaria che si affacciava sul canale che qui scorreva nella tarda età repubblicana, la strada basolata porticata, costruita in seguito alla riorganizzazione urbanistica di età augustea, e alcune pavimentazioni a mosaico relative alle abitazioni private che prospettavano sulla strada.

E' aperta al pubblico anche l'area in cui sorgeva la monumentale porta-approdo settentrionale di età tardorepubblicana, che era costituita da un cortile centrale cui erano affiancate due torri a pianta quadrata e prospettava su un canale. Solo nel corso dell'età augustea venne costruito un ponte che permetteva alla strada basolata che usciva dalla città e passava dalla porta attraverso due fornici di superare il corso d'acqua.

(torna al menu)


PRODOTTI E CULTURA

La produzione vinaria e le villelungo il percorso della via Annia.

Gran parte del percorso della via Annia si snodava attraverso territori caratterizzati dalla vocazione vitivinicola, che ancor oggi contraddistingue queste aree.

Dagli autori antichi sappiamo ad esempio che in età romana i vini della Venetia erano famosi per la loro dolcezza, che nella zona euganea vi erano estesi pergolati di vigne, che nell'umido territorio di Padova vi era l'usanza di accoppiare le piante di vite a quelle di salice, tanto che l'uva aveva sapore ed odore di salice.

La situazione dei territori costieri veneti non doveva essere molto diversa da quella descritta da Plinio e Columella per Ravenna, nelle cui paludi crescevano rapidamente delle viti che sopportavano il caldo, la pioggia e la nebbia e fornivano raccolti abbondanti, anche se il vino che se ne ricavava non durava più di quattro o cinque anni.

Faceva eccezione, oltre alla famosa Vitis retica dell'agro veronese, il Pucinum vinum , ottenuto probabilmente dai vigneti della zona di Duino, di qualità eccellente, prodotto in piccole quantità e famoso per le proprietà salutari, decantate da Livia, moglie di Augusto, che proprio a questo vino attribuiva il segreto della sua longevità. Il territorio di Aquileia è ricordato come ricco di vigne ancora da Erodiano, in occasione della descrizione dell'assedio di Massimino il Trace nel 238 d.C.

Gli agronomi antichi hanno descritto in modo molto dettagliato le tecniche di coltivazione della vite, gli attrezzi che venivano utilizzati per la potatura e la vendemmia e le diverse fasi della produzione del vino. Così sappiamo come si dovesse preparare il terreno prima di piantare delle viti, quale fosse la distanza da rispettare tra una pianta e l'altra e che tipo di sostegni si dovessero impiegare.

Dopo la vendemmia, che era del tutto simile all'odierna raccolta dell'uva, i grappoli venivano pigiati su piani in cocciopesto, dotati di canalette di scolo attraverso le quali il mosto veniva convogliato all'interno di vasche, dove arrivava anche il liquido che si otteneva dalla torchiatura delle vinacce. In seguito il mosto veniva versato in grandi contenitori di terracotta, i dolia , puliti e rivestiti di pece prima della vendemmia, entro i quali avveniva la fermentazione. Vari erano i trattamenti cui era soggetto il vino, come l'aggiunta di acqua marina, di miele, di aceto, di una percentuale di mosto bollito e aromatizzato in modi diversi o, addirittura di argilla, gesso o calce; esisteva anche un metodo per invecchiare il vino con il calore o il fumo. Per la conservazione e l'invecchiamento veniva lasciato nei dolia o travasato entro anfore o in botti e proprio in questi due ultimi tipi di recipienti il vino veniva trasportato e commercializzato.

Nelle zone attraversate in antico dalla via Annia rimangono solo poche ma significative tracce archeologiche che confermano la produzione vinaria: ad Aquileia è conservata una stele funeraria in cui vi è la rappresentazione di un torchio a vite come quelli utilizzati per torchiare l'uva; ancora ad Aquileia si trova il monumento sepolcrale di un vasaio in cui compaiono anfore vinarie, che si ipotizza venissero prodotte proprio nella zona della Venetia e, in particolare, anche nell'agro aquileiese.

E proprio a pochi chilometri da Aquileia è stata rinvenuta una fornace che produceva in età romana un altro tipo di anfore vinarie. Una vasca per la raccolta del mosto, in connessione al piano di pigiatura o torchiatura dell'uva, ed un torchio in cui venivano spremute le vinacce sono stati poi scoperti a Marina di Lugugnana nell'antico territorio di Concordia e a Joannis, nell'agro aquileiese, nell'ambito di ville dotate di un settore residenziale e di una parte rustico-produttiva. Il territorio antico era infatti caratterizzato non solo da grandi e lussuose dimore, come quelle della zona di Altino che Marziale paragona alle splendide ville della costa campana, ma soprattutto dalle cosiddette “ville rustiche”, strettamente connesse a proprietà terriere, in cui erano coltivati cereali e vigneti e in cui veniva allevato il bestiame e veniva praticata la piscicoltura.

Questo quadro emerge dai rinvenimenti archeologici ed è ben riassunto in una lettera che Plinio il Giovane scrisse tra 97 e 98 d.C. all'amico Arriano Maturo, importante personaggio altinate, quando, informandosi della villa dell'amico, chiedeva notizie delle piante, dei vigneti, del grano e delle pecore.

(torna al menu)